Ci sono auto che dividono. E poi c'è la Ferrari Luce, che in meno di due settimane ha fatto qualcosa di diverso: ha trasformato un feed social in un campo di battaglia. Meme, immagini generate con l'intelligenza artificiale, sfottò, paragoni con un mouse e con un iPhone, commenti di giornalisti, creator, politici. La maggioranza delle persone la trova brutta. Molti si sentono traditi. Tutti hanno qualcosa da dire.
Sono andato a vedere come l'hanno presa in azienda, a Maranello, dove la Luce non è un meme ma un'auto vera che sta per entrare in produzione. E ho fatto una cosa semplice: ho chiesto a Benedetto Vigna, davanti a una telecamera, tutto quello che in queste due settimane gli è stato urlato addosso da dietro uno schermo. Senza sconti, ma anche senza il riflesso facile di trasformare un'intervista in un processo.
Lo ricordo subito: non difendo la Luce a scatola chiusa. Sono andato lì con le stesse domande che ci siamo fatti tutti — chi decide oggi cos'è una Ferrari, perché affidare un'icona italiana a una matita straniera, cosa pensano davvero i clienti, e quel numero scomodo che gli analisti continuano a ripetere. Gliele ho messe tutte sul tavolo.
Quello che non mi aspettavo è dove sarebbe andata a finire.
Perché Vigna, prima di essere l'Ad della Ferrari, è un fisico. E quando l'ho portato sul terreno che conosce meglio — non l'estetica, ma quello che c'è sotto la pelle di questa macchina — è cambiato qualcosa. Ha smesso di “giustificare” e ha cominciato a raccontare. Da dove arriva la configurazione che rende quel motore così piccolo ed efficiente. Perché alcuni dettagli che nessuno ha notato sono addirittura brevettati. E perché questa Ferrari resta, parole sue, «difficilmente replicabile» — anche dai cinesi. Non ve lo riassumo: è il momento in cui l'intervista smette di parlare di un polverone e comincia a parlare di un'automobile. Va ascoltato.
E poi gli ho chiesto quale critica, in queste due settimane, l'avesse colpito di più. La risposta non è quella che pensavo.
Quest'intervista difende una visione che molti continueranno a non condividere. Io per primo non sono convinto di tutto. Ma una cosa va riconosciuta a Vigna: ha accettato di parlarne con tutti, anche con chi lo insulta, e ha difeso le proprie scelte a viso aperto. E dietro la Luce, che piaccia o no, c'è il lavoro di centinaia di persone, che va sempre rispettato.