Si intensifica il paradosso dell'auto cinese. Mentre il mercato automobilistico interno continua a rallentare, i costruttori del Dragone accelerano sempre di più all'estero. I dati di luglio evidenziano un divario crescente tra domanda domestica ed export: da un lato le vendite interne sono scese del 20% su base annua, fermandosi a 1,47 milioni di unità e registrando il decimo mese consecutivo di flessione; dall'altro le esportazioni sono balzate dell'88%, raggiungendo quota 923.000 veicoli. Nel primo semestre del 2026 sono andati persi 2,3 milioni di immatricolazioni sul mercato interno, un volume equivalente all'intero mercato giapponese.
A questo rallentamento della domanda domestica, legato anche al ridimensionamento degli incentivi statali e a un contesto economico meno brillante rispetto agli anni passati, fa da contraltare una strategia di espansione internazionale sempre più intensa. Nel primo semestre, l'incremento dell'export si è attestato al 71%, confermando il ruolo crescente dei mercati esteri nell'assorbire l'enorme capacità produttiva dell'industria automobilistica cinese.
I mercati esteri rappresentano per i costruttori del Dragone uno sbocco fondamentale per assorbire l'eccesso di capacità produttiva. Con il rallentamento della domanda interna, l'internazionalizzazione assume un ruolo sempre più strategico. Solo in Europa, le consegne delle auto a nuova energia (NEV), ossia ibride plug-in (PHEV) ed elettriche, sono cresciute fino a conquistare circa il 16% del mercato complessivo, contro il 3% del 2022. Limitatamente alle vetture a batteria, i marchi cinesi sfiorano una quota del 25%.
Una tendenza destinata ad accentuarsi, anche per la guerra dei prezzi in atto in Cina, con fortissimi sconti che comprimono i margini di profitto. In alternativa, i costruttori propongono finanziamenti di lunga durata e a condizioni particolarmente favorevoli.
Le previsioni degli analisti per il 2030 convergono nella stessa direzione: il peso dei brand cinesi nel Vecchio Continente è destinato a crescere ulteriormente, soprattutto quello di Byd, Chery e Geely, con l'internazionalizzazione indicata come antidoto alla debolezza del mercato interno. Per superare la barriera dei dazi UE sulle elettriche Made in China e di eventuali misure analoghe sulle ibride plug-in, oltre a rafforzare la presenza locale, la tendenza è quella di produrre direttamente in Paesi europei con costi energetici competitivi. È il caso soprattutto di Ungheria e Spagna, dove stanno nascendo sempre più modelli Made by China.
Sono note le armi dei costruttori cinesi: competenze nell'elettrificazione, tecnologie avanzate per le batterie, integrazione software e cicli di sviluppo particolarmente rapidi. Il tutto è sostenuto da una catena di approvvigionamento estremamente efficiente. Parallelamente cresce anche l'appeal delle auto cinesi, grazie a dotazioni tecnologiche sempre più sofisticate.
Ma i dazi UE? "Le barriere possono rallentare la curva di crescita della Cina, ma non la invertiranno", ha affermato Abhilash Gupta, analista di ricerca presso Counterpoint Research.