"Abbiamo ridotto i costi di fabbrica nei nostri siti tedeschi di produzione veicoli in media del 20% nell'ultimo anno. Ma non basta", ha spiegato Blume. Il problema, secondo il CEO, riguarda soprattutto il costo del lavoro, che in Germania è circa il doppio rispetto a quello di stabilimenti europei comparabili, mentre le spese generali e fisse superano del 30% la media dei principali concorrenti.
Alla fine del 2024 era stato concordato un piano per ridurre di circa 50.000 unità l'organico del gruppo in modo volontario, soprattutto attraverso il pensionamento parziale anticipato. "Circa 37.000 contratti firmati sono già operativi", ha precisato Volkswagen.
Ora l'azienda indica in circa altri 50.000 posti di lavoro l'ordine di grandezza di un possibile ulteriore intervento sull'organico mondiale, di cui circa la metà in Germania. Non si tratta però di una decisione già presa né di un obiettivo fissato. L'eventuale nuovo ridimensionamento si aggiungerebbe alle riduzioni già concordate, portando potenzialmente l'intervento complessivo nell'ordine delle 100.000 posizioni a livello globale.
La pressione riguarda anche la capacità produttiva. "Per Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm non vediamo un utilizzo competitivo sufficiente verso gli anni 2030", afferma Blume.
Il gruppo punta inoltre a ridurre le sovraccapacità in Europa di oltre 500.000 veicoli l'anno, attraverso una riduzione della capacità produttiva e una semplificazione della gamma. Sulle fabbriche, però, non è stata ancora presa alcuna decisione.
La presidente del Consiglio di fabbrica, Daniela Cavallo, insieme ai rappresentanti sindacali, ha eretto un vero e proprio muro contro la prospettiva di ulteriori tagli e chiusure.
La rappresentanza dei lavoratori chiede una strategia industriale capace di garantire il futuro degli stabilimenti tedeschi e di tutelare l'occupazione. Il prossimo passaggio chiave sarà il confronto del 4 settembre.